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Un segreto tra di noi - (10 Gennaio 2008)
Michael ha seguito le orme di suo padre ed è diventato uno scrittore. Il suo ultimo romanzo, Fireflies in the Garden, parla della storia della sua famiglia e la sua pubblicazione rappresenterebbe per lui la vendetta umana e professionale nei confronti di un padre padrone che non gli ha mai dimostrato né affetto né stima. Tutti stanno per riunirsi in occasione dei festeggiamenti per il diploma di sua madre, una donna forte che ha vissuto per tanti anni al fianco di un uomo autoritario ed egocentrico senza essere felice. Durante il viaggio per raggiungere la festa però, l’auto esce di strada e la donna muore. Quello che doveva essere un giorno di festa si trasforma in una tragica riunione familiare e toccherà a Michael, a sua sorella e a sua zia Jane, il compito di rimettere insieme i pezzi di un passato difficile fatto di angoscia e repressione, che nessuno di loro è riuscito ancora a scrollarsi di dosso. Un Segreto tra di Noi è un film dal quale mi aspettavo francamente qualcosa di più. Aspettative alimentate sia dando un’occhiata al cast, (Julia Roberts e William Defoe) sia scorgendo la trama ed in fondo anche facendoci catturare da quel titolo originale accattivante Fireflies In The Garden – Lucciole in giardino. Buona parte della vicenda è raccontata attraverso lo sguardo del figlio, eppure da un altro punto di vista la storia sembra invece diventare il ritratto della madre, conosciuta dallo spettatore solo attraverso lo sguardo e i ricordi dei familiari. Ne esce la figura di una donna forte, che ha tenuto insieme una famiglia con problemi non risolti e nascosti nell'intimità della propria casa, ma ancora una volta incongruente per alcuni aspetti: sceglie, infatti, di accettare l'aggressività del marito senza proteggere davvero il figlio per lungo tempo, facendo credere di avere investito la sua vita in modo definitivo in un rapporto complicato, ma scoprendo infine che aveva deciso di lasciare il marito. Il regista Dennis Lee, alla sua prima prova con un lungometraggio, scrive la sceneggiatura di questo film avendo cura delle psicologie dei personaggi e delle dinamiche tra di essi, ma poco si occupa di garantire allo spettatore un minimo di suspense che anche in un film concettoso come questo è necessaria. Ed allora capita che gli eventi, peraltro pochi, più o meno sono già previsti dall’attento spettatore che alla fine, inevitabilmente, si annoia. La frase: "La pazienza è una virtù. Raramente si trova nella donna. Mai nell’uomo".
a cura di Marco Ravelli
Il mio sogno più grande - (23 Luglio 2008)
Tratto da fatti realmente accaduti alla famiglia Shue, la storia racconta di Gracie Bowen (Gracie Schroeder), una teenager appassionata di calcio come i suoi tre fratelli e il padre, ex campione. Tranne il fratello più grande Johnny (Jesse Lee Soffer), tutti la scoraggiano dall’entrare in una squadra di calcio. Gracie non si dà per vinta e la sua grinta aumenta ancor di più dopo l’improvvisa morte di Johnny: la sua battaglia infatti non servirà solo a guadagnarsi il campo ma a unire la famiglia dopo il duro colpo. I temi presenti nel film sono quelli classici dei racconti di formazione: la lotta contro le avversità, l'anticonformismo e il coraggio dell'eroe (eroina), i legami di amicizia e fedeltà. Il calcio è vissuto come elemento portante della storia, o meglio il sogno del calcio, che stimola la reazione, permettendo di imparare ad affrontare le sfide. La vita viene vista come un’enorme palestra, un luogo dove imparare a conoscere i propri limiti e perché no, a superarli. E’ un film generazionale, che vuole spronare lo spettatore a non arrendersi mai e a non accettare i limiti imposti da altri, se si crede e si desidera veramente realizzare qualcosa: Non bisogna demordere. La pellicola è piacevole, commovente e appassionante, gli amanti del calcio magari avranno da ridire sulle scene dal campo, non perfette e in alcuni momenti proprio inutili, questo però non sminuisce un film bello e di qualità che mette in luce una convincente interpretazione della giovane bellissima Carly Schroeder (Gracie) e di Elisabeth Shue (la madre di Gracie), che riesce a ricavare il meglio dallo sbiadito personaggio uscito dalla sceneggiatura. La frase: "Se vuoi porti dei limiti per me va bene, ma non permettere che siano gli altri a farlo".
a cura di Marco Ravelli
La fine di Sex and the city - (05 Giugno 2008)
Sono passati quattro anni e, finalmente, le quattro ragazze di Sex and the city sono tornate. Le avevamo lasciate, nella serie televisiva, con tutte le migliori aspettative per il futuro: Miranda felicemente sposata con Steve, Charlotte in attesa della figlia adottiva cinese, Samantha vincente sul cancro ma vinta dall'amore di Smith, e Carrie, che dopo numerosi compagni e alcune peripezie parigine, era finalmente riuscita a tornare con il grande - e in questo caso letteralmente - amore di sempre, Mr. Big. La serie Sex and the City ha esordito nel 1998 sulla HBO ed è durata per sei notevoli stagioni, arrivando al gran finale nel 2004. Il telefilm ha conquistato oltre cinquanta candidature agli Emmy, vincendone sette, tra cui anche dei riconoscimenti alle interpreti Sarah Jessica Parker e Cynthia Nixon. Premi su premi per questa serie definita da molti la migliore di sempre, ironica, tenera e romantica come piace alle donne e perché no anche a qualche uomo. Il film da l'impressione di voler chiudere il discorso una volta per tutte, il lieto fine lo si aspetta con ansia quasi non volesse mai arrivare. La pellicola è spesso divertente, ben scritta e recitata, anche se la bellezza della serie televisiva è ben lontana dal film. Si ride con le quattro protagoniste specialmente Samantha e la buffissima Charlotte; ci si emoziona grazie al romanticismo delle coppie Carrie-Big e Miranda-Steve, a volte esagerato ma forse necessario in un epoca così pragmatica in campo relazionale. Sarah Jessica Parker incredibile come sempre, unica e irresistibile. Un addio quindi ? Direi proprio di si, la serie che tanto ha fatto ridere, piangere e riflettere sulla vita, l'amore e l'amicizia se ne va in pensione con quest'ultimo grande capitolo. La frase: "L’amore è l’unica griffe che non passa mai di moda".
a cura di Cesare Pighi
L'Italia del Divo - (28 Maggio 2008)
Le zone d'ombra della vita politica di Giulio Andreotti raccontate in questo film di Paolo Sorrentino quasi racchiuso tutto in un monologo-confessione di un Andreotti/Servillo davanti la telecamera, "Nessuno sa quanto si debba amare Dio per capire che bisogna perpetrare il Male al fine di salvaguardare il Bene". Con i suoi sette mandati da Presidente del Consiglio, i suoi ministeri, la sua carica a vita di senatore, è il divo, come lo ribattezzò per primo il giornalista Mino Pecorelli. Nell’aprile del ’91 Andreotti costituisce il settimo gabinetto da lui presieduto, ultimo passo prima della probabile elezione a Presidente della Repubblica; dopo meno di due anni il panorama è capovolto, con l’esplosione di Tangentopoli e la strage di Capaci, l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro e l’arresto di Totò Riina. Andreotti è protagonista di una pagina nera del nostro paese, processato per collusione con la mafia non bastano le dichiarazioni dei pentiti, in tribunale non verrà riconosciuta l’associazione mafiosa, discorso diverso per quella a delinquere, per la quale è sopravvenuta la prescrizione. Il film di Paolo Sorrentino si apre con una citazione che sembra un avvertimento: se non potete parlare bene di una persona, non parlatene. Sorrentino parla di Andreotti, e non ne parla bene. Ma sono in pochi ad aver fatto il contrario negli ultimi 60 anni, salvo esprimere la propria indignazione alla condanna a 24 anni per l’omicidio Pecorelli, annullata dalla Cassazione con gran sollievo del mondo politico. Nella reazione del Paese e dei suoi rappresentanti, c’è tutto il senso della figura di Andreotti: buono o cattivo, simpatico o antipatico, Andreotti è l’Italia e l’Italia si rifiuta di guardarsi in uno specchio che le dica “colpevole”. Vincitore del Premio della Giuria al 61° Festival di Cannes. La frase: "Ho la coscienza di essere di statura media, ma se mi giro attorno non vedo giganti".
a cura di Marco Ravelli
Gomorra! - (21 Maggio 2008)
Diretto da Matteo Garrone, il quale ha anche collaborato alla scrittura della sceneggiatura assieme a Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Massimo Gaudioso e all'autore del romanzo Roberto Saviano, Gomorra è un viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra, si apre e si chiude nel segno delle merci, del loro ciclo di vita. Pezzi di plastica, abiti griffati, videogiochi, orologi arrivano a Napoli tramite il porto per poi sparire. In nome del potere e dei soldi, rifiuti tossici, scorie chimiche e tutto il marcio prodotto dall'Italia e dall'Europa viene abusivamente versate nelle campagne campane avvelenando tutto e tutti, comprese le ville hollywoodiane dei boss della malavita. Presentato in concorso alla sessantunesima edizione del Festival di Cannes, Gomorra è frutto di anni di osservazione, nonché di studio dei documenti ufficiali relativi ai vari processi intentati al Sistema. L'autore Roberto Saviano scrive questo romanzo verità a rischio della propria vita, tratteggiando e sottolineando le molteplici attività della criminalità organizzata. Un impero dei criminali, linfa vitale di una Campania ormai dominata, dal porto di Napoli passando per Scampia, Secondigliano e Casal di Principe. Dal commercio di droga fino allo smaltimento dei rifiuti, un volume d'affari pari a centinaia di milioni di euro l'anno per il quale i clan si combattono, una guerra sul nostro territorio senza fine dove persino i giovani trovano l'unico sbocco lavorativo. Una scelta perfetta è stata quella di aver lasciato gli attori parlare nel loro dialetto, e quindi sottotitolarli, per rendere ancora di più la vita di persone che ogni giorno si scontrano con la morte e col sangue. Le didascalie finali sono il pugno allo stomaco finale, lasciandoci l'idea che non esiste soluzione e non c'è speranza. La frase: "Noi risolviamo problemi creati da altri".
a cura di Cesare Pighi
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